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25 Agosto 2013

Salve a tutti,

è vero, avevamo scritto solo ieri che per un paio di giorni saremmo andati in vacanza e avremmo temporaneamente pensato solo al relax. Oggi, però, sulla Gazzetta Dello Sport, è apparsa una bella intervista di Paolo Bartezzaghi a Gianmarco Pozzecco (Play della Nazionale da metà anni 90 fino alle Olimpiadi di Atene). Dallo scorso anno, Pozzecco è diventato Coach dell’ Orlandina Basket, ed in questo articolo parla della sua nuova avventura e di come e quanto sia diversa la sua attività di Coach rispetto a quella di giocatore. Abbiamo regolarmente acquistato una copia digitale della Gazzetta Dello Sport di oggi, e, di conseguenza, Vi riproponiamo l’articolo per intero (ovviamente invitiamo tutti, cmq, ad acquistare una copia del giornale e leggerla di persona sul quotidiano).

Buona lettura

Coach Pozzecco Un po’ Sacchetti e un po’ Messina
L’ex play ora allena Capo d’Orlando in Lega2 «M’ispiro a loro e alla leadership di Recalcati»

Gianmarco Pozzecco si è ritirato dopo la stagione 2009-10, disputata con la maglia dell’Orlandina. Quasi ventanni da giocatore, un tricolore indimenticabile con Varese, quello della stella nel ‘99, e un argento olimpico nel 2004 ad Atene. Da un anno è capo allenatore di Capo D’Orlando. 

Coach Pozzecco, ha imparato il mestiere dopo la prima stagione da allenatore?
«La differenza rispetto a essere giocatore è una: senza falsa modestia, in campo ero abbastanza buono. Quando si perdeva, se avevo fatto 30 punti o 10 assist o avevo difeso bene (no, questo non l’ho mai pensato), ero dispiaciuto ma sapevo di aver fatto il mio. Da allenatore, no. Hai perso e basta. Non c’è modo di alleviare il dolore».
Com’è allenare?«Come me l’aspettavo ma è tutto più amplificato. Dal punto di vista tecnico, ritengo di aver un background sufficiente per farlo. Anche se questo non vuole dire che sia un buon allenatore».
Cosa significa essere un buon allenatore?«Avere la capacità di far fare le cose giuste ai tuoi giocatori. Che siano contenti e giochino bene. Devi essere competente perché ti capiscano e ti seguano. Se hai anche la personalità, chiudi il cerchio. Come Ettore Messina, ad esempio».
Modelli?«In attacco Meo Sacchetti e in difesa Messina. In assoluto con una leadership alla Carlo Recalcati per responsabilizzare i singoli».
Cioè?«In attacco il talento deve avere il sopravvento».
In difesa?«Ci vogliono più regole di squadra. Più sacrificio».
Quindi?«L’obiettivo è fare in modo che un giocatore sia messo nelle condizioni di fare quello che sa fare meglio».
Raggiunto?«Spero. La cosa più bella è stata ricevere i messaggi dei miei giocatori dopo l’ultima partita. Uno mi ha scritto che in questa stagione ha ritrovato la gioia di giocare. La classifica conta, ma quello che rimane dentro per me vale di più».
I giocatori sono figli: perché?«Devono volermi bene. Dobbiamo volerci bene. Lo so che non è necessario, ma è il mio modo di intendere la pallacanestro. Anzi di vivere. Stavo andando alle Final Four di Eurolega a Londra e Portannese mi ha chiesto se poteva venire, temeva di disturbare. Per me è stato il massimo».
I giocatori vogliono bene a coach Pozzecco?«Penso di essere onesto con loro. E loro lo percepiscono. Mi sarebbe piaciuto essere allenato così».
L’aspetto più negativo?«Scegliere chi mandare a casa tra due americani. Umanamente mi ha fatto dubitare che io possa allenare. Ma ho la responsabilità di fare giocare bene la squadra. Ed è una responsabilità nei confronti degli altri nove. Il fatto di essere totalmente orientato al gruppo non può diventare un alibi. La soddisfazione personale è importante. È dura vedere giocatori allenarsi bene e non farli giocare. Ai due ragazzi della panchina ho detto che ero dispiaciuto».
E durante la partita?
«A volte sai che se lasci dentro un giocatore che sta andando male, potrebbe migliorare. Ma non sempre puoi. Preferisco avere poche rotazioni, non sono un allenatore da dieci-dodici giocatori, ne preferisco sette-otto».
Bilancio?
«Sono soddisfatto. Il percorso è stato positivo. Solo un matto come Enzo Sindoni poteva chiamarmi, con lui sono in perenne debito».
Qualche partitella con i giocatori?
«A calcetto sì. A basket ho cercato di evitare perché, anche con 10 chili in più, ho quella zampa lì che funziona sempre. Non vincono mai contro di me e non riesco a farli vincere. Sarò vecchietto e con la pancetta, ma sul pick and roll qualcosa me la invento sempre».
“Articolo di Paolo Bartezzaghi pubblicato sulla Gazzetta dello Sport del 15/08/13”

A presto

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